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Saudade

5-03-2018
Sono tornata a casa da un mese. C’è ancora l’odore del giardino della casa dove abitavo nelle mie narici. Ancora mi fa strano uscire di casa e non attraversare il ponte sopra il fiume, non vedere più la Cattedrale e non andare più a lavoro a piedi.
Ho svolto il mio Servizio di Volontariato Europeo in Portogallo, ad Amarante, città a 50km da Porto. La mia vita era piena di cose e di persone. Per un anno intero non ho conosciuto la noia, non sapevo più cos’era. Vivevo in un piccolo e colorato appartamento insieme a due ragazze, una rumena, Timea, l’altra polacca, Patrycja. Con quest’ultima ho diviso la stessa stanza per 8 mesi. La notte mi sveglio ancora di soprassalto convinta di trovarla accanto a me, la cerco nel buio, poi mi ricordo che non c’è. Timea, invece, era fissata con candele, incensi e tisane e da quando sono tornata faccio come faceva lei. Una candela per profumare la stanza e una tisana prima di andare a letto.
La nostra vita ad Amarante si svolgeva più o meno così. Ogni lunedì facevamo i nostri meeting, prima con il responsabile della nostra organizzazione insieme a tutto lo staff dell’Ufficio di Comunicazione e poi un altro solo tra noi volontari. Organizzavamo la nostra settimana, decidendo di volta in volta in quali istituti prestare il nostro servizio. Io prediligevo, quasi sempre, le scuole. Ne avevamo quattro. Ho scoperto lì di avere un talento naturale nel relazionarmi con i più piccoli. Preparavo per loro delle lezioni ogni volta diverse e tanti giochi. Dopo le ore di lavoro tornavo a casa sempre con il sorriso, molto soddisfatta del tempo trascorso con quelli che ho finito per considerare miei bambini. Grazie a loro ho imparato il portoghese, perché era con loro che lo mettevo in pratica più spesso ed era per loro che mi sforzavo di migliorarlo, per poterli capire e per poter comunicare.
Oltre alle scuole svolgevo il mio servizio di volontariato anche in un orfanotrofio, “Terra dos homens”. In quel posto ho scoperto molte cose su me stessa che non sapevo. Lì, in mezzo a quei bambini, tutti speciali e unici, ho aperto una finestra sulla mia anima. Lavorare con loro mi ha letteralmente cambiato la vita, tanto che penso spesso di voler ripetere un’esperienza simile in un altro Paese, magari in Brasile.
Oltre a Timea e a Patrycja, a condividere con me questa fantastica esperienza di volontariato, c’erano altri dieci volontari, tutti di paesi europei differenti. E, poi, di volta in volta, grazie a stage, Youth Exchanges, Work Camp e molt
i altri progetti internazionali, il nostro gruppo si allargava con nuovi volti, nuove storie e nuovi modi di comunicare, per poi ritornare al nucleo di partenza ogni volta che il progetto finiva e i ragazzi che avevamo ospitato nella nostra struttura andavano via. Con tutti questi ragazzi ho provato la sensazione bellissima di fare il giro del mondo stando seduta comodamente fuori al nostro patio, chiacchierando e cantando tutti insieme; ma è con i miei compagni volontari che ho provato davvero l’abbraccio di una famiglia. Insieme, non solo abbiamo condiviso il lavoro, i viaggi, la stanchezza e la nostalgia di casa, ma l’intimità propria solo di persone che dividono tutto insieme e non sanno più immaginarsi una vita gli uni senza gli altri.
Prima di partire avevo parlato con qualche ragazzo che come me aveva fatto la stessa esperienza di volontariato europeo. Ricordo che avevo chiesto come era stato per loro tornare a casa, come si erano sentiti. C’era un sentimento comune in questi racconti: mi sono sentito perso, nessuno poteva capirmi, non facevo altro che pensare al prossimo viaggio.
Posso dire che è tutto vero.

Assunta Lutricuso