Archivio Erasmus+Storie

International Tool Fair XII – Varna

Viaggiare in Europa. Waves of innovation. Capitolo 1: Cz-Sz

Dimenticate Ryanair, i transfer aeroportuali, il check in online. Dimenticate Flixbus, le prese di corrente, il wifi. Siete in partenza per la tool fair internazionale “Waves of innovation” e il miglior modo per gustarla è arrivare in puro stile anni ‘60: in autobus. 34 ore di autobus.

L’ultima volta che ho viaggiato così a lungo sono arrivato in Australia (era il 2008 e mi ero travestito da Papaboy per visitare Sydney).

Stazione degli autobus di Praga, ore 8:30 di domenica 5 novembre. Ai posti di blocchi io e 15 rudi uomini dell’est. Mia moglie mi guarda preoccupata e mi chiede se devo proprio… In effetti no, ma “L’Italia me lo chiede”.

L’autista fuma di fianco al cartello “no smoking”. Non parla inglese e non mostra di aver colto nemmeno il disegno, troppo occidentale.

Salgo e nonostante il fumo che aleggia, gli interni sono abbastanza puliti e questo mi rallegra, considerando che sono appena entrato nella mia prossima residenza ambulante per le successive 22h (Praga-Sofia) a cui ne seguiranno indeterminate altre per attraversare tutta la Bulgaria e raggiungere Varna, dall’altro lato del Paese.

Scendo, perché non ho risposto all’appello. Sì, prima di partire per i lunghi viaggi, da queste parti si fa l’appello. Ci tengono a scrivere correttamente il nome dei dispersi sui titoli del giornale.

Tra i miei compagni fanno eccezione una donna, di chiare origini slave e molto più avvezza di me alle traversate continentali e un ragazzo asiatico. Io e lui spicchiamo come unionisti ad un meeting di catalani. Infatti la matrona della compagnia non ha difficoltà ad individuarci e a consegnarci un tagliando con cui dovremo recarci al misterioso “ufficio 61” a Sofia, per ottenere il visto a proseguire.

No ceco? Inglisc? Proviamo con inglish, ma non abbiamo molto successo e ci abbandona con un sorriso a metà fra scherno e compatimento. Ovviamente lei e il compagno controllore sono gli unici che parlano un po’ di inglese, ma scendono alla prima fermata: col cavolo che si fanno 20 :e passa ore di viaggio.

Partiamo con solo un paio di minuti di ritardo (vedi a pensar male…). Aspettiamo l’ultimo passeggero: sopraggiunge un vecchio bulgaro male in arnese, con stampelle e vistose fasciature ad entrambe le gambe. Gli ultimi metri li percorre abbarbicato a due giovanotti che subito lo abbandonano alle cure dell’autista e dei passeggeri. Nasce una discussione di cui mi pare di cogliere i punti salienti: lo piazziamo vicino al bagno; qualcuno dovrà aiutarlo in caso di necessità. Non so come, viene eletto o si propone il

eufemia_bulgaria_tool fair
Foto lapide

compagno 13-14. Io sono 35-36. Davanti a me l’unica donna, scortata dal marito, dall’altro lato, al 37-38, Cheng, che mi fa subito intendere che si isolerà con cuffie e musica in un universo parallelo. Benvenuto, grazie, addio.

Il 29-30 è un sessantenne ceco che, munito di cuscino gonfiabile -per un momento ho paura sia necessario portarlo in ospedale, o peggio, sostituirlo al soffiaggio prima che soffochi- si mette subito a dormire. Sono le 9:23. Alle 9:25 lo sentiamo russare della grossa. Rifletto sull’opportunità di svegliarlo ma fa tutto da solo e si rianima sorpreso dal suo stesso impeto. Continuerà così per tutta la durata del viaggio: sonno, russo, russo troppo forte, mi sveglio. Impareggiabile.

La TV trasmette un B-movie americano, sottotitolato in cirillico.

Sento odore di fumo e mi guardo intorno per capire se stiamo andando a fuoco, ma è solo Mr. Guido in pausa sigaretta. Almeno ha aperto il finestrino. Ma così fa un freddo cane. Sembra accorgersene, o semplicemente viene pagato alla consegna di tutti i pezzi vivi, perché accende una ventola e la temperatura ritorna a livelli accettabili.

In un paio d’ore siamo a Brno e accogliamo nuovi compagni di viaggio. La scoperta interessante è che i posti sono numerati. Non tutti però: io, Cheng e un paio di altri non abbiamo questa specifica sui nostri biglietti. All’iniziale imbarazzo segue un ‘ndo cojo cojo e i nuovi arrivati si mettono comodi nei posti lasciati liberi…speriamo funzioni anche più avanti.

Tra le new entries si fanno notare due spilungoni, compagni di lungo corso di una qualche università di prestigio (dai colletti delle camicie scommetterei su medicina), che cercano disperatamente di sedersi vicini. Cioè in due file adiacenti, poiché la stazza impedirebbe loro di sedersi comodamente affiancati. Alla fine rinunciano, promettendosi di ritentare a Budapest, quando dovrebbe esserci un rimescolamento generale, sulla base di uno speciale algoritmo che non mi viene dato di sapere.

Il paesaggio ci regala scorci di splendida foresta boema, alternati a distese di monocolture, per lo più grano e malto. Elementi caratterizzanti di questa prima fase sono le bandiere della repubblica, situate su entrambi i lati a non più di 3-4 chilometri l’una dall’altra. Evidentemente la questione nazionale è molto sentita, comprensibilmente dato che il Paese è giovanissimo (la Cecoslovacchia si scinde pacificamente nel 1993) e sta vivendo un’ondata di nazionalismi (vedere i risultati delle recenti elezioni).

Slovacchia! I cambiamenti si avvertono immediatamente: spariscono le bandiere ceche e le bande sonore che ci hanno cullati fino ad ora. Cambia anche il film: ora danno un ironico documentario sul re dei Belgi (giuro, scrivono proprio così!), con audio in inglese e francese, scritte in sovraimpressione in italiano e sottotitoli in cirillico. A parte questo i due Paesi sono perfettamente identici.

Viaggiare in Europa. Waves of innovation. Capitolo 2: Hu-Srb

Le soste si susseguono senza una logica apparente, così come non intuisco quella dei controlli-non-controlli di chi sale, scende e a volte scompare nei misteriosi autogrill che abbiamo la ventura di incontrare. L’autista dà un orario e poi riparte. Vedete di esserci. Punto. Io nel dubbio non accenno nemmeno a scendere e rimango accoccolato nella mia cuccia-sedile.

Le cose cambiano a Budapest.

Ci arriviamo ad ora di cena (5 pm) e per l’occasione il signor 29-30 si sveglia, apre un enorme borsone stracolmo di generi alimentari e si avventa sul cibo con una voracità che non gli avrei mai immaginato. Il 46-47-48-49-50, che in virtù della sua posizione privilegiata -ha i sedili in fondo tutti per sé- ha potuto stare sdraiato tutto il tempo, agisce una generosità inaspettata e condivide il suo pane nero con l’anziano invalido. In TV passa una pellicola distopica governata dalla telecinesi e Bruce Willis.

Ma è l’atmosfera ad essere diversa e alla prima sosta ho l’occasione di assistere al cameratismo creatosi su questo novello Orient Express: mentre due miei compagni di viaggio si prodigano per far scendere il vecchio zoppo, altri tre assaltano un deposito di macerie e ne tirano fuori due sgangherate sedie con rotelle che assemblano a mo’ di barella per fargli fare un giro in giostra. Mr Guido fa benzina senza commentare. Top assoluto!

eufemia_budapest_tool fair
Il compagno Cheng e l’entusiasmo

Perdo, silenziosamente, il compagno asiatico, forse troppo sconvolto

dall’ilarità che Mao di certo non avrebbe permesso. Senza una parola si dilegua tra i vicoli ungheresi. Non farà mai ritorno. Al suo posto ora siede uno strano personaggio dalla nazionalità indefinita. Si agita spesso. Quel tipo di agitazione che ha preso i tifosi Spurs dopo la tripla di Allen in gara 6. Ora perché il borsone di 29-30 lo intralcia, adesso perché il bagno è rotto, infine esclama angosciato “SHIT” dopo aver letto sul cellulare una notizia apparentemente più tragica del crollo dei bitcoin. Vivo 30 secondi di terrore all’idea che possa proseguire così. Forse avverte la tensione e il rischio che gli lanci un oggetto contundente, perché si gira verso di me e mi saluta con un allegro “Hey, mate!”. Tutto sommato abbiamo già scambiato più parole che con Cheng. Si cheta all’inizio del nuovo film di serie C: bambine rapite da improbabili collezionisti di serpenti. Non riconosco nessuno degli attori e mi dedico al Terzani che ho portato con me.

Ah, certo, il bagno è rotto. E tutto acquista un nuovo senso: le soste comandate in luoghi illuminati solo dai fari della nostra casa ambulante, le cinque ore di viaggio in più della norma, forse anche l’esclamazione dell’amico ossessivo-compulsivo. Ad ogni modo la serata scorre tranquilla. La luna ci guida in una landa buia e desolata, le stelle contornano il dipinto e l’atmosfera romantica favorisce le effusioni di moglie e marito, che nel marasma generale si sono lasciati un po’ prendere la mano. O le mani. Tutte e quattro.

eufemia_eu_frontiera_serbia_ungheria
Estratti intimidatori

Arriviamo alla frontiera magiaro-serba e qui capisco quanto ancora ho da imparare del mondo, della vita e dell’amore. Alle ore di viaggio ho dimenticato di aggiungere i controlli alle colonne d’Ercole! Rimaniamo un’ora fermi in coda, semplicemente in attesa che arrivi il nostro turno. Quattro ragazzini che avranno sì e no 20 anni ci accolgono in divisa, armati di tutto punto, pronti per il controllo del mezzo e dei passaporti. Un estratto degli accordi con l’UE ci ricorda che è diritto dei nostri ospiti non farci proseguire il viaggio. Stampato in diverse lingue e disponib

eufemia_frontiera_ungheria_serbia_erasmus
Frontiere vere. Europa 2017

ile alla consultazione, non mi faccio certo sfuggire l’occasione di fotografarlo, cosa che mi fa guadagnare un paio di occhiate poco benevole dai militari e dal Guido, che giustamente vorrebbe proseguire senza intoppi. Per fortuna tutto procede bene e possiamo attraversare il primo sbarramento. Già, perché nemmeno cento metri più avanti la polizia serba ci riserva lo stesso trattamento, con Mr. Guido che si rivela un ottimo conoscitore delle procedure e dell’animo umano e ci agevola il compito collezionando i documenti e portandoli di pirsona pirsonalmente alle guardie di passo.

La scena più divertente ce la regalano due signore in bicicletta che, bardate e incappucciate nei loro mantelli fosforescenti, spingono i velocipedi all’attenzione degli armigeri. Il loro controllo dura pochissimo e sono presto libere di inforcare i loro potenti mezzi. Habitué.

Viaggiare in Europa. Waves of innovation. Capitolo 3: Bg

Siamo in dirittura di arrivo e si sa, gli ultimi chilometri della maratona sono sempre i più faticosi. Fortunatamente Mr 29-30 si rivela pieno di sorprese e ci stupisce ad ogni sosta. Novello Mary Poppins, pare che la sua borsa possa contenere un numero illimitato di cibarie. Leggenda narra che ad un controllo Ryanair sia riuscito a far passare sessantatre litri di rakija in un bagaglio a mano. Non che abbia mai preso un aereo in vita sua, ovviamente, gli avevano deto che

Autogrill di lusso
Autogrill di lusso

Ryanair era una nuova marca di liquori. L’ultima volta l’ho visto addentare peperoni crudi in serie di Fibonacci (ho smesso di contare a 8). Torno nel mio scomodo dormiveglia sperando in una buona digestione.

Alle 5 del mattino è Bulgaria!

O meglio, usciamo dalla Serbia passando l’amabile controllo passaporti, ripetiamo l’operazione 50 metri dopo ed è fatta. Preso dall’entusiasmo ho la malaugurata idea di scendere senza giacca…e dire che in geografia non andavo poi così male. “La Bulgaria ha un clima continentale, con estati calde e afose ed inverni lunghi e rigidi”. Sarà perché sono in maglietta, o perché l’unico europeo occidentale a varcare la soglia dalla caduta del muro di Berlino, sta di fatto che la guardia di passo mi chiede di spiegare le ragioni del viaggio. Rimango indeciso per un attimo se esibirmi nel famoso workshop-lampo del programma Erasmus+, ma penso ai figli di Guido, aveva promesso loro di essere a casa per Natale, e mi concedo il più classico dei “Business”. La risposta viene giudicata soddisfacente. Si prosegue.

Mi risveglia lo scrosciare di un lungo applauso: Sofia!! Celebriamo il successo dell’impresa tra canti, abbracci e fiumi di alcool, riscoprendoci fratelli di una complessa e (a)varia(ta) umanità che non sempre interpretiamo nel migliore dei modi, ma che pure ci consente ancora nel ventunesimo secolo grandi imprese come quella di cui siamo stati testimoni e protagonisti.

eufemia_erasmus_sofia
Benvenuti a Sofia

La stazione della capitale non mi lascia una grande impressione, soprattutto quando all’ufficio 61 mi dicono che la coincidenza per Varna non partirà “bicos no pipol”. Bravi, viva la sostenibilità!

Ho quindi due ore per esplorare i dintorni, prelevare qualche LEV (per la cronaca il cambio è 2 a 1) e cercare un bagno pubblico. Rigorosamente in quest’ordine perché sono tutti a pagamento. Non me ne vogliano i bulgari, ma questa zona sembra un campo rom a cielo aperto, con in aggiunta ciminiere di fabbriche di rifiuti tossici (che è proprio il prodotto principale, lo raffinano e lo vendono così). Un’amica dirà “Piombino”. Sfortunatamente non ho il tempo di arrivare in centro ma mi riprometto di tornare con più calma. Magari dopo la prossima rivoluzione industriale.

eufemia_erasmus_stazione_treno_sofia
Donna in attesa del treno (semicit)

Sull’autobus per Varna, complice la luce del nuovo giorno e il fatto di poter camminare in posizione eretta, tutto mi sembra più luminoso: compagnia mista con molte donne che vanno a lavorare, wifi gratuito (!), bagno funzionante! Le premesse per un miglioramento ci sono tutte. Il film che va in onda (scherzo, ovviamente è su videocassetta) rafforza questa impressione con una trama da commedia familiare, accompagnata da musica commerciale in sottofondo. Il mio cirillico è a livelli impensabili fino a poche ore fa.

La regione è un’immensa distesa di dolcissime colline verdi e gialle, punteggiate qua e là da qualche cartellone pubblicitario. Valli da cartolina si aprono davanti a noi, ospitando fattorie da sogno e cavalli che galoppano neanche fossero Spirit. Nelle città e nei villaggi si avverte invece tutta la pesantezza del passato comunista: l’architettura sovietica ha lasciato segni e ferite che rimarranno impressi in questa terra ancora per qualche anno. Blocchi di cemento che vorrebbero essere case e palazzoni, dimore sgangherate, tetti crollati, strade malandate. Ovunque, cumuli di sporcizia, cani randagi e bambini che si rincorrono in strade polverose, ciminiere ogni 3×2 e un generale senso di squallore che pervade ogni angolo.

Alle 12 facciamo una pausa. La mia compagna di viaggio mi fa capire che per Varna è ancora molto molto lunga. A questo punto non è certo la pazienza che mi manca, ma certo gradirei fare una doccia. La sua amica, la signora 7 (bus quasi pieno, sono finiti i tempi del comodo doppio sedile), avrà ricevuto 18 telefonate, tutte ad un volume accettabile, ma precedute da suonerie che hanno il potere di catapultarci istantaneamente negli anni ‘70. Mrs 15 le batte tutte con Despacito. Ogni 3’ è summer 2017.

Le brutte notizie arrivano anche dalla Tv dove si alternano degli sparatutto inguardabili, il primo con cameo di Anthony Hopkins, il secondo con il cattivone russo di Rocky che almeno qui fa la parte del buono e dimostra di aver imparato dal passato, vincendo il suo primo incontro di boxe non formale con la tecnica del pugno alla Bud Spencer (e se non sapete cos’è, scaricatevi un film e mettete a cuocere una pentola di fagioli). Ogni volta che abbandoniamo l’autostrada è un colpo al cuore: il paesaggio da bucolico si trasforma in una pellicola b/n anni ‘60: povertà e miseria dovunque, mercati di cenci, bancarelle di verdura che vendono una zucca o una manciata di fagioli, auto malridotte.

Man mano che ci avviciniamo alla meta, la situazione peggiora: scompaiono i boschi e le foreste per lasciare spazio a cave di minerali, industrie e raffinerie. Le grandi pianure sono coltivate a latifondo. Entriamo a Varna con un senso di spossatezza e un pizzico di delusione: solo 7 ore, speravo di eguagliare Phileas Fogg!

eufemia_mar nero_bulgaria_varna_erasmus
Signore e signori, sua maestosità il Mar Nero

La conferenza è stata un successo. Al ritorno ho preso un aereo e in 3 ore ero a casa.

Pasquale